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Rider e caporalato digitale. Cisl Parma Piacenza, servono chiarezza e più tutele

Rider e caporalato digitale:
servono chiarezza e più tutele

Rider Cisl Parma Piacenza

La luce della Procura di Milano si è abbattuta su Foodinho srl, la società che gestisce il marchio Glovo in Italia, finita sotto controllo giudiziario con l’accusa di sfruttamento. Sebbene le indagini principali si siano concentrate su metropoli come Milano, Bologna, Firenze e Roma, l’impatto di questo provvedimento si fa sentire anche nel nostro territorio, dove tanti rider hanno solcato le strade cittadine per consegnare pasti a domicilio.

Nelle nostre strade, il colore giallo degli zaini di Glovo è familiare, quasi parte del panorama urbano, ma dietro quel simbolo si celerebbe quello che i magistrati definiscono un “caporalato digitale”.

Il cuore del problema risiede nell’algoritmo della piattaforma. Le fonti descrivono un sistema di “etero-organizzazione” in cui la libertà del lavoratore è solo apparente. La disponibilità e la performance dei rider sono monitorate costantemente, creando una pressione che costringe i lavoratori ad accettare turni massacranti per non essere penalizzati dal software.

Da noi, come nel resto d’Italia, questo sistema avrebbe permesso all’azienda di trarre profitto sfruttando lo “stato di bisogno” di tante persone, spesso cittadini stranieri in condizioni di vulnerabilità.

Sebbene, a causa della dinamicità del settore, manchino dati numerici precisi e aggiornati riguardo al numero delle persone coinvolte sul nostro territorio, l’ordinanza di controllo giudiziario sottolinea che il modello di business basato sullo sfruttamento è stato applicato sull’intero territorio nazionale. Questo significa che anche i “nostri” rider sono stati soggetti a una retribuzione non proporzionata alla quantità e qualità del lavoro prestato, spesso inferiore a quanto previsto dai Contratti Collettivi Nazionali.

Quanto emerge da questa vicenda non può lasciarci indifferenti e dovrà essere fatta estrema chiarezza. Come sindacato ribadiamo che contrattazione collettiva, relazioni industriali consolidate, rappresentanza sociale, legalità e partecipazione dei lavoratori sono cinque pilastri fondamentali per gestire i settori lavorativi definiti di frontiera.

Il problema però non va inquadrato esclusivamente nell’ottica di maggiori controlli nei confronti di queste società, che sono certamente importanti per il contrasto all’illegalità o per ottenere un salario dignitoso e maggiore sicurezza, ma va fatto un serio richiamo anche alla responsabilità dei clienti che si avvalgono del loro servizio.

Negli ultimi anni il servizio di consegna a domicilio tramite app è diventato parte della quotidianità di milioni di persone. Ordinare cibo con pochi clic è semplice, veloce e spesso economico. Dietro questa comodità, però, abbiamo visto in tanti casi che si nasconde una realtà più complessa: quella dei lavoratori spesso sottopagati, privi di tutele adeguate e soggetti a ritmi intensi e condizioni precarie. In questo contesto, quindi, è legittimo chiedersi quale sia la responsabilità dei consumatori rispetto al loro sfruttamento.

Il consumatore non è il diretto datore di lavoro del rider, ma è l’anello finale della catena economica che sostiene l’intero sistema. Ogni ordine effettuato contribuisce a mantenere attivo un modello di business che, in molti casi, si basa su contratti flessibili, pagamenti a consegna e scarse garanzie. Ignorare questo legame significa considerarsi completamente estranei al problema, quando invece le nostre scelte di consumo hanno un impatto reale.

Ciò non significa che ogni persona che ordina una pizza a domicilio sia moralmente colpevole dello sfruttamento dei lavoratori. Le responsabilità principali ricadono sulle aziende e sulle normative che regolano il settore. Tuttavia, i consumatori hanno una responsabilità indiretta: quella di informarsi, di sostenere piattaforme più etiche quando possibile, di valorizzare il lavoro dei riders attraverso mance adeguate e, soprattutto, di non considerare la consegna come un servizio “automatico”, ma come il frutto del lavoro di una persona.

Un aspetto centrale è la consapevolezza. Spesso la tecnologia crea una distanza tra chi usufruisce del servizio e chi lo rende possibile. Il rider diventa un’icona su una mappa, un puntino che si muove sullo schermo. Recuperare la dimensione umana di quel lavoro è il primo passo per sviluppare un senso di responsabilità. Dietro ogni consegna c’è qualcuno che pedala sotto la pioggia, nel traffico o al freddo, per pochi euro.

Il dibattito pubblico, alimentato da cittadini consapevoli, può contribuire a migliorare le tutele legislative.

Risulta ormai necessario istituire una campagna di sensibilizzazione in questo senso, facendo in modo che i cittadini siano edotti sulle diverse realtà imprenditoriali che applicano le leggi sul lavoro in modo corretto e sostenibile, affinché sempre di più sia diffusa una cultura della responsabilità etica e sociale anche per chi acquista. Questo non deve valere solo per il settore delle consegne a domicilio, ma deve valere per tutti i settori in cui il consumatore è coinvolto direttamente nel sistema attraverso le sue azioni e i suoi acquisti.

Nel contesto sempre più frenetico e caotico in cui viviamo, la società moderna ci spinge a correre costantemente, con la sensazione di dover affrontare un’infinità di compiti e scadenze. La corsa contro il tempo è diventata una vera e propria sfida quotidiana e si ha la sensazione di non avere più pause o momenti anche per prendersi quel sushi o quella pizza che ci portano poi a domicilio. Penso invece sia ormai fondamentale prendersi il tempo necessario per imparare a rallentare, per evitare di rimanere intrappolati in una continua frenesia. In una società sempre più orientata alla rapidità e alla comodità, interrogarsi sulle conseguenze delle proprie abitudini di consumo e di vita diventa un atto di maturità civile.

Michele Vaghini
Segretario Generale CISL Parma Piacenza