Intervista a Michele Vaghini, Segretario Generale Cisl Parma Piacenza
L’economia piacentina è sorretta anche dagli stranieri: è una tesi corretta?
Corretta ma riduttiva. Io direi che è una realtà strutturale che non possiamo più permetterci di ignorare, da anni.
Nella provincia di Piacenza gli stranieri residenti sono ora quasi 43 mila, corrispondenti a circa il 15 % della popolazione, un dato decisamente superiore rispetto a quello nazionale e regionale.
Ma la fotografia demografica è solo il punto di partenza.
Sul versante del lavoro, oggi gli stranieri costituiscono circa un quinto degli occupati, con un contributo fondamentale soprattutto in settori come la logistica. Sul versante imprenditoriale, il quadro è altrettanto netto: le imprese straniere sono molto cresciute nell’ultimo decennio, compensando il calo continuo delle imprese piacentine, scese del 10% circa dal 2014. Piacenza si colloca al secondo posto regionale per incidenza di queste imprese sul totale delle attività imprenditoriali.
La presenza straniera pertanto, non è un elemento aggiuntivo del sistema economico locale ma ne è una componente portante. Giusto dirlo anche per quanto riguarda il valore degli immobili in città e in provincia: senza la loro domanda il mercato fletterebbe di molto.
Se non ci fossero, come potrebbero fare le imprese piacentine?
Senza quell’apporto, le imprese si troverebbero di fronte a una carenza di manodopera che nessuna politica di breve periodo potrebbe colmare.
A livello nazionale, il Ministero del Lavoro stima che sarà necessario immettere nel sistema produttivo centinaia di migliaia di nuovi lavoratori stranieri. Piacenza non è un’eccezione a questa tendenza: la incarna in modo particolarmente forte, proprio per il peso specifico della logistica, dell’edilizia e dell’agroalimentare sul suo tessuto produttivo.
Le imprese piacentine, come quelle italiane, hanno bisogno dei lavoratori stranieri ma è necessario che il lavoro sia equo e sempre dignitoso per tutti, senza dimenticare il divario di genere, ancora più marcato per le lavoratrici straniere.
L’occupazione da anni presenta numeri positivi. Forse perché ci sono sempre meno giovani, persone in età da lavoro, immigrati… è così?
Per la prima volta il tasso di occupazione a Piacenza (ora 72%) ha quasi raggiunto livelli analoghi a quelli medi in Europa (76%). È un risultato che fa piacere e non va sminuito. Però, guardando sotto la superficie, emerge una dinamica che dovrebbe farci riflettere. La crescita degli occupati è trainata dalla componente straniera, aumentata del 40%, mentre gli occupati italiani registrano una contrazione.
Questo vuol dire due cose. La prima è che i numeri dell’occupazione reggono anche grazie all’inserimento lavorativo degli stranieri e senza di loro il quadro sarebbe molto più preoccupante. La seconda è che c’è evidentemente qualcosa che non funziona sul versante dell’occupazione italiana, in particolare quella giovanile. I giovani piacentini faticano a trovare sbocchi adeguati alla loro formazione e molti di loro li cercano altrove. Su questo noi come CISL abbiamo una posizione chiara: non basta aprire i cancelli ai lavoratori di fuori se non si crea al contempo un sistema di opportunità che trattenga le risorse umane che formiamo qui.
La mozione approvata al nostro Congresso del 2025, insisteva proprio su questo nesso: occorre affrontare insieme la questione demografica, il lavoro giovanile, la formazione e le politiche attive, costruendo quello che abbiamo chiamato un “Patto della Responsabilità”. Occupazione in crescita non sempre è sinonimo di mercato del lavoro sano: è un punto di partenza, non di arrivo.
Dall’osservatorio del vostro sindacato, nei confronti degli stranieri, su cosa siete focalizzati? Su cosa lavorate, in particolare, con loro? Quali sono i problemi, i temi da affrontare?
Il nostro osservatorio quotidiano sono i nostri uffici che si occupano delle pratiche per il rilascio e il rinnovo dei permessi di soggiorno, dei ricongiungimenti familiari, delle domande per la cittadinanza, della compilazione delle domande di invito per il turismo, delle case popolari oltre che di programmi formativi per acquisire competenze linguistiche, culturali e professionali necessarie per l’integrazione nel lavoro e nella società.
Ma il nostro impegno non si esaurisce nei servizi, noi non dimentichiamo l’aspetto propriamente sindacale. Il primo problema è il lavoro irregolare e il caporalato. Nei magazzini della logistica, nei cantieri, nelle campagne della Bassa, il rischio di sfruttamento è concreto e documentato. Il lavoratore straniero, spesso senza rete familiare e con la pressione del permesso di soggiorno che dipende dal contratto di lavoro, è strutturalmente più esposto a ricatti. Siamo impegnati in ogni luogo di lavoro a contrastare con fermezza il lavoro nero, il caporalato, le cooperative spurie e i contratti pirata anche con tavoli presso la prefettura.
Il secondo tema è la casa. Il disagio abitativo è stato indicato come problema prioritario. Un lavoratore regolare, che paga le tasse e contribuisce all’INPS, non sempre riesce ad accedere al mercato degli affitti perché è straniero, perché non ha garanti, perché il mercato privato lo discrimina. Questo è un problema di giustizia sociale, prima ancora che di politica migratoria.
C’è poi la questione delle seconde generazioni. Giovani nati o cresciuti qui, che vanno a scuola a Piacenza, parlano anche qualche parola di dialetto piacentino, tifano per le squadre locali. Eppure restano in un limbo giuridico. La CISL sostiene l’introduzione dello Ius Scholae per le seconde generazioni, ovvero la cittadinanza per chi compie il percorso scolastico in Italia. È una scelta di civiltà.
Detto tutto questo, voglio aggiungere una cosa che mi sta a cuore. Spesso il dibattito sull’immigrazione si divide tra chi dipinge il fenomeno come un problema di ordine pubblico e chi lo riduce a una questione di numeri economici. Noi invece dobbiamo porre al centro la persona: l’immigrazione è una realtà complessa che attraversa sicurezza, economia e diritti. Gestirla in modo efficace significa garantire regole chiare e rispetto della legalità ma anche costruire percorsi di integrazione che valorizzino il contributo delle persone e riducano le fragilità, così da rafforzare nel tempo la coesione sociale e il benessere collettivo.