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Immigrazione, l'allarme di Ivan Bersani (Presidente Anolf):
noi in prima linea per rimediare
ai danni di burocrazia e finti consulenti

"Nati per fare integrazione, oggi passiamo il tempo a risolvere le emergenze causate da tempi biblici per i documenti"

PIACENZA – C’è un luogo a Piacenza dove la distanza tra parole e vita reale si azzera: sono gli uffici dell’Anolf, l’associazione della Cisl che si occupa quotidianamente dell’assistenza ai cittadini stranieri. A presiderla è Ivan Bersani, che nel suo ruolo ha un osservatorio privilegiato – e spesso preoccupante – su come la macchina burocratica gestisce, o non gestisce, chi arriva in Italia per lavorare.

Presidente Bersani, l’Anolf è il punto di riferimento per gli immigrati a Piacenza. Com’è cambiato il vostro lavoro in questi anni?
«È cambiato radicalmente, e purtroppo non in meglio. Quando l’Anolf è nata, la nostra missione primaria era progettare l’accoglienza, fare cultura, favorire l’inclusione sociale. Penso ai corsi di lingua, all’educazione civica, o al progetto della “Biblioteca Solidale” che portiamo avanti da anni. Oggi però c’è sempre meno spazio per questo. I nostri operatori, che svolgono un lavoro eccellente, si ritrovano a dover rincorrere costantemente problemi enormi e risolvere urgenze. Siamo diventati un “pronto soccorso” burocratico».

Urgenze causate da cosa?
«Da un lato da una burocrazia statale lenta e farraginosa, dall’altro dai danni creati da quelli che definisco “finti professionisti”. Sempre più spesso arrivano ai nostri sportelli persone disperate che si sono affidate a uffici “aperti al mattino e chiusi la sera”, o consulenti che promettono mari e monti e lasciano le persone nei guai. Tocca a noi rimettere insieme i pezzi per evitare che questi lavoratori perdano i diritti acquisiti».

Quali sono le ricadute concrete di questi ritardi sulla vita dei lavoratori piacentini?
«Sono devastanti. Parliamo di tempi inammissibili per permessi di soggiorno, rinnovi o nulla osta. Non è solo un foglio di carta che manca: senza quel documento si rischia la sospensione o la chiusura del contratto di lavoro. Si bloccano le prestazioni dell’Inps, come l’Assegno Unico o le invalidità. Si crea un’ansia e una vulnerabilità psicologica enorme. Tutto questo incide anche sulla sicurezza sul lavoro, perché un lavoratore precario e preoccupato è più esposto agli infortuni».
Eppure l’economia piacentina, dalla logistica all’agricoltura, sembra non poter fare a meno di queste persone.
«Esatto, ed è qui la grande contraddizione. L’Italia ha bisogno di lavoratori stranieri – sono parte integrante del nostro PIL – ma non ha un sistema capace di programmare gli ingressi. Strumenti come il “Decreto flussi” e il “click day” sono una scommessa, una lotteria che genera liste d’attesa infinite e alimenta l’irregolarità e il lavoro nero. La politica non programma, e a pagare sono le persone e le imprese. Noi chiediamo il ritorno a una legge che permetta la ricerca di lavoro in loco tramite un garante: basta scommesse sulla pelle della gente».

A livello locale, com’è il rapporto con le istituzioni?
«Noi cerchiamo di tessere buoni rapporti perché è l’unico modo per scardinare un sistema ingessato. Prefettura, Questura e Comuni hanno capito che l’Anolf sa fare rete. A Piacenza, insieme a Cgil e Uil, abbiamo promosso azioni unitarie, come la “Carta di Piacenza”, a cui partecipano anche le comunità straniere della provincia, per presentare richieste chiare. Ma il problema è strutturale: mancano personale e digitalizzazione negli uffici pubblici. Gli sportelli unici per l’immigrazione e le Questure sono sovraccarichi, gli appuntamenti slittano di mesi. Il sindacato fa la sua parte, offrendo assistenza e mediazione, ma serve che lo Stato faccia la sua».

Lei parla di necessità di un “Nuovo Patto Sociale”. Cosa intende?
«Intendo dire che dobbiamo smettere di trattare chi lavora, paga le tasse e fa crescere il Paese come un ospite temporaneo. Serve un patto basato su trasparenza e legalità. Dobbiamo avere il coraggio di parlare di cittadinanza, soprattutto per le seconde generazioni: non si può chiedere integrazione a chi viene tenuto in uno stato di “semi-appartenenza”. Con il calo demografico che abbiamo, senza nuovi cittadini il nostro welfare e le nostre pensioni non reggeranno.

L’inclusione non è un favore, è una necessità per il futuro di tutti.

Anche per questo, nel nostro piccolo, quest’anno devolveremo il 5 per mille all’associazione “Nadiya” per l’Ucraina: la solidarietà concreta rimane la nostra bussola. Ciò a fianco del percorso di solidarietà che ha visto la Cisl promuovere la raccolta fondi da destinare alla CRI a sostegno della popolazione di Gaza, raggiungendo l’importo di 553 mila euro a livello nazionale ».