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Radici in Movimento – Evento su donne e integrazione a Piacenza

Radici in Movimento,
evento su donne e integrazione a Piacenza

Radici in Movimento

Una partecipazione molto folta ha accompagnato oggi l’evento “Radici in Movimento”, che ha trasformato la sede della CISL Farnesiana in un autentico spazio di incontro, ascolto, dibattito e riflessione condivisa, capace di andare oltre la superficie della cronaca.

Ad aprire i lavori è stata Elisabetta Oppici, della Segreteria CISL Parma Piacenza, che ha illustrato le ragioni profonde del titolo scelto: un richiamo alle radici che non sono elementi statici e fissi, ma organismi vivi capaci di muoversi nel buio della terra, comunicare tra loro e viaggiare per cercare l’acqua, proprio come le persone attraversano confini e fatiche per cercare un orizzonte migliore. Oppici ha inoltre sottolineato come la CISL, attraverso i suoi servizi e le sue associazioni, voglia agire con responsabilità per essere bussola e aiuto concreto, curando le proprie radici e aiutando gli altri con le loro.


​Il pomeriggio è stato arricchito dai saluti istituzionali dell’Assessora Nicoletta Corvi, la quale ha rimarcato l’importanza vitale del lavoro in rete tra istituzioni, parti sociali e tutti gli attori del territorio, non solo per costruire soluzioni concrete ma per fornire una narrazione vera e corretta della migrazione. Il cuore dell’incontro è stato poi affidato a Giuseppina Schiavi, Presidente della Protezione della Giovane di Piacenza, che ha restituito con estrema lucidità la complessità del lavoro quotidiano fatto di accoglienza e costruzione dei percorsi di vita delle ospiti.


​L’evento è così entrato nel vivo di testimonianze autentiche e mai edulcorate, come quelle di Francesca, giovane in servizio civile, e di Suor Margherita, che ogni giorno accompagnano queste donne in un cammino di integrazione spesso ostacolato da un difficile groviglio burocratico. Proprio su questo punto, Anolf ha spiegato il valore del proprio impegno nel fornire strumenti concreti in un labirinto di leggi che spesso penalizza le donne migranti: pur possedendo titoli di studio, molte sono costrette ad accettare lavori meno qualificati a causa del mancato riconoscimento dei loro percorsi formativi. È emerso chiaramente come la partenza sia spesso dettata da una necessità impellente che non lascia alternative, un peso aggravato dai pregiudizi sociali che accompagnano queste donne sin dal paese d’origine, come accade drammaticamente nei casi legati alla tratta degli esseri umani.


​In questo intreccio di solidarietà, un ruolo fondamentale è stato ricoperto da Anteas, che ha ribadito la propria missione di costruire ponti tra le generazioni: un impegno volto a far sì che la memoria e l’esperienza diventino linfa per nutrire i nuovi germogli di una comunità che vuole essere inclusiva e coesa.

In questo clima di profonda condivisione, i partecipanti hanno affidato i propri pensieri al “Cofanetto delle Radici”: non semplici messaggi, ma ponti lanciati verso chi si sente solo, per riaffermare che nessuna storia è estranea.

Radici in Movimento Piacenza

Curarsi in montagna: la sfida della sanità nelle valli piacentine

Curarsi in montagna:
la sfida della sanità nelle valli piacentine

Sanità Piacenza

Il diritto alla salute dovrebbe riguardare l’intera comunità ma per chi vive nelle zone più estreme dei Colli Piacentini, la distanza dai centri di cura è diventata una barriera fisica, rendendo così l’accesso alla sanità una sfida.

 
“Carenza di personale, sua scarsa valorizzazione e retribuzioni spesso non proporzionate alle responsabilità, sono solo alcuni dei grandi problemi da affrontare che tocca tutto il sistema sanitario. Aver sottoscritto a livello regionale l’Agenda Sanità è l’inizio di un percorso per migliorare la qualità del lavoro e garantire l’accesso alle cure in modo omogeneo in tutta la regione. Riguardo poi al tema di chi vive nei territori montani, invertire la rotta è possibile – afferma Michele Vaghini Segretario Generale Cisl territoriale – se si guarda anche a modelli che in Europa hanno trasformato le difficoltà della conformazione geografica in un laboratorio d’ innovazione sociale sociosanitaria. In Spagna, per esempio, in diverse regioni rurali, sono presenti reti regionali di telemedicina che prevedono punti di “telediagnosi”, dove i cittadini possono effettuare esami come elettrocardiogrammi, spirometrie o retinografie direttamente nel centro sanitario locale. I dati vengono inviati in tempo reale agli ospedali centrali, dove gli specialisti refertano a distanza. Questo approccio, vicino al cittadino, riduce sensibilmente i trasferimenti verso i grandi ospedali, facilita la diagnosi precoce e migliora la gestione delle cronicità, un aspetto vitale per una popolazione come quella piacentina, caratterizzata da un alto numero di anziani specie nelle zone collinari. Inoltre, ridurre i viaggi verso il capoluogo migliora l’adesione terapeutica dei pazienti fragili e abbatte i costi ambientali”.


Il territorio piacentino non parte da zero. Le Case della Comunità devono diventare veri hub, dove l’infermiere di comunità – figura per esempio già sperimentata dalla AUSL a Morfasso e Vernasca – oltre a recarsi al domicilio, per effettuare una valutazione dei bisogni sanitari e sociali, crea collegamento nella rete sociosanitaria, in modo che i bisogni vengano presi in carico attraverso azioni proattive di sanità preventiva e anticipatoria.


“La sfida sta nel rendere strutturali queste esperienze. Nei piani strategici locali – prosegue Vaghini – oltre alla necessità d’individuare misure contro lo spopolamento, come categoria dei pensionati avevamo presentato Progetto Appennino e come sindacato avevamo promosso il documento “Verso la Piacenza del futuro” dove già suggerimmo come ipotesi, l’idea di punti di telemedicina nei piccoli esercizi commerciali o in centri di aggregazione per consulti a distanza e monitoraggio di parametri vitali, collegati con i servizi AUSL. Potrebbero funzionare su appuntamento in orari fissi settimanali, con l’assistenza di un operatore per aiutare le persone a poco agio col digitale. Ovviamente formazione del personale e incentivi sono aspetti cruciali di questa progettualità”.


Per attuare un’innovazione così strutturale, la Conferenza Territoriale Sociale e Sanitaria dovrebbe riuscire ad esercitare un ruolo sempre più incisivo e politico, diventando un vero motore della pianificazione strategica per garantire una maggior equità territoriale.

 
“È attraverso la CTSS che i sindaci delle aree montane, possono pretendere che siano affrontati i peculiari bisogni sanitari dei propri cittadini, stimolando il dibattito con l’ AUSL per ottenere investimenti basilari in telemedicina e tamponando nel mentre la situazione con soluzioni flessibili, come per esempio le unità mobili mediche per screening itineranti nei paesi più lontani. Per la tipologia di cittadinanza che abbiamo – conclude Vaghini – l’offerta sanitaria nelle aree interne, richiede una progettualità riferita alle “Terre Alte” condivisa da stakeholder, parti sociali e Istituzioni. Serve pensare in modo condiviso a una programmazione attenta dei servizi per rendere i territori montani attrattivi, a delle leve incentivanti per tutti i professionisti coinvolti nella rete d’erogazione dei servizi sociosanitari e valutare piani per la digitalizzazione e la capillarità d’una rete internet performante che permetta alla telemedicina di funzionare in modo efficiente. Solo integrando assistenza sanitaria, supporto sociale e tecnologie digitali potremo garantire che vivere in territori montani sia una scelta di qualità e non una rinuncia ai diritti fondamentali. Risulta infine necessario coinvolgere le comunità locali con modelli di welfare innovativi e partecipativi, in cui contribuiscano a organizzare servizi di assistenza di base, promuovano attività preventive e sviluppino reti di mutuo aiuto, costituendo laboratori locali d’innovazione sociale e sanitaria anche per orientare le persone all’accessibilità dei servizi del territorio e contrastare il loro isolamento”.